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Mark è nato nel 1957, primo di quattro fratelli, da un papà irlandese/tedesco e una mamma per tre quarti italiana.La sua infanzia, e gran parte della sua adolescenza, è stata vissuta in un ambiente totalmente italiano: una di quelle famiglie che hanno portato con sè – e mantenute – tutte le migliori tradizioni italiane di inizio secolo scorso. Naturalmente, anche il cibo non ha fatto eccezione per cui Mark non mangia, per esempio, pasta e fagioli bensì paste fasùl, come pronunciano tutti coloro che discendono da emigranti italiani.

Sin da piccolo, gli è toccato in sorte di navigare attraverso i marosi di un matrimonio che andava naufragando, sentendo sulle sue spalle ancora piccole la responsabilità di essere accanto ad una madre che ben presto si sarebbe ritrovata con quattro figli ad affrontare un futuro in solitario.

E’ cresciuto in fretta, sapendo che andare a scuola con profitto e trovare qualche piccolo lavoretto dopo scuola avrebbe aiutato una situazione economica familiare molto precaria.

Così, ha distribuito i quotidiani, come ogni bravo americanino che si rispetti, fino ai sedici anni e poi è andato a lavorare per una compagnia assicurativa e per un servizio di catering dove lavorava anche la mamma. Talvolta è impressionante sentirlo parlare degli orari che faceva: dalle 8 alle 15 a scuola, sul bus per il lavoro faceva metà dei compiti, dalle 17 alle 22 in agenzia assicurativa, bus per casa e altra metà dei compiti. In una Chicago che lui vedeva dai finestrini del bus o dalle finestre di casa. Il sabato sera andava a dormire e l’unico momento di libertà lo aveva la domenica pomeriggio, quando si svegliava e trascorreva il resto del giorno con la famiglia.

Non c’è dubbio che i problemi di quegli anni hanno pesato molto sulla formazione del suo carattere e su quella “chiusura” a riccio che gli è propria, sebbene sia una persona socievole,generosa e molto disponibile.

Non è diventato un mammone anche se ha sviluppato un rapporto molto stretto con sua madre, forse perchè entrambi si sono dati coraggio ma senza dichiararselo apertamente facendo ciò che andava fatto. Dai 9 anni non ha più rivisto suo padre e nè ci tiene a rivederlo: questo è uno di quegli argomenti che non si discutono facilmente con Mark.

Ottenuto il diploma – sua madre si era risposata nel frattempo – cominciò a pensare che cosa fare della sua vita e la carriera militare pareva che lo attirasse parecchio. Fece tutte le ricerche del caso e, a diciannove anni, si arruolò nella Aviazione statunitense.

Certamente è stato un altro passo che lo ha condotto a crescere e maturare, specie per il tipo di lavoro che poi ha svolto in un clima di Guerra Fredda e a contatto con gli armamenti di cui noi sentivamo parlare nei telegiornali.

                                                                         Più o meno in questo periodo la sua folta capigliatura cominciò a divenire più rada: è qualcosa che tutti i fratelli hanno sperimentato e il record appartiene al fratello medio che a 18 anni era completamente calvo.Ad ogni modo, prima che la calvizie diventasse trendy, Mark era già giunto a quel traguardo e oggi è un affascinante cinquantenne senza l’ombra di un capello.

Nella città in cui fu trasferito dall’Aviazione connobbe la madre delle sue due figlie, con la quale condivise un matrimonio di quasi 8 anni prima che entrambi si accorgessero di non essere proprio la coppia perfetta.

La sua richiesta di missione in Europa, per un anno,  fece sì che ci incontrassimo proprio la prima sera del suo arrivo in Italia. Io utilizzavo lo stesso bus che lui e i suoi colleghi prendevano per tornare ai loro alloggi.

La sua missione si prolungò di altri due anni e sono ormai 23 anni che ci conosciamo e 20 che siamo sposati.Il mio essere italiana e il fatto che lui fosse di origini tricolori ha senza dubbio giocato un ruolo fondamentale per la nostra unione che ci ha visti concordi su molte scelte di vita.

Una volta mi hanno regalato una maglietta che diceva” il lavoro più duro nell’Aviazione è quello della moglie” e non potrebbe essere più vero, però è anche una esperienza di sviluppo, di solidarietà e di comunità non indifferente, per le molte culture e tradizioni che questo lavoro ti fa incontrare e conoscere durante le varie trasferte a cui si è sottoposti, nonchè per lo spirito di fratellanza e di amicizia che si instaura naturalmente tra tutte le famiglie “militari”.

Ma prima che ciò accadesse e che cominciassimo a viaggiare, Mark era stato “adottato” dai miei genitori e “viziato” fino all’inverosimile con quella cucina italiana che lui ricordava dall’infanzia. Perciò oltre ai paste fasùl, Mark imparò a mangiare gli spaghetti aglio – olio e peperoncino, la zuppa di lenticchie ( “che come la fa Rita non la fa nessuno al mondo”! …tanto che una volta ,in un ristorante, gli chiesero dove fosse il ristorante RITA che lui menzionava) e soprattutto quel Tiramisù che pare non ce ne sia mai abbastanza quando lo preparo.

TIRAMISU’      (6 persone)

2 confezioni di savoiardi – 2 tazzine di caffè espresso ristretto – 1 litro di caffè leggero – 1 tazzina di brandy – 1 litro di panna da montare – 500 gr di mascarpone – 200 gr zucchero – 50 gr cacao amaro di ottima qualità

Montate a neve fermissima la panna con 100 gr di zucchero. Mescolate metà della panna con il mascarpone, il resto dello zucchero e il caffè ristretto. Unite il brandy al caffè leggero ed inzuppatevi i savoiardi che poserete poi sul fondo di una terrina. Completato il primo strato di biscotti, versate parte della crema di mascarpone e panna poi fate un altro strato di biscotti e così via fino ad esaurire gli ingredienti e finendo con uno strato di savoiardi. Coprite con la panna rimasta e spolverate con il cacao amaro. Fate riposare qualche ora in frigo prima di servire.

Le strettissime leggi americane proibiscono di servire uova che non siano state cotte.Per questo motivo il mio tiramisù non ha più rossi d’ uovo fin dai tempi del ristorante e, confesso, che non è per niente male!!

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